La Discesa a Mare

Comparso nell’ottobre 2023 nell’antologia di racconti “L’abisso delle Fobie”, pubblicata in formato eBook gratuito su La Soglia Oscura, La Discesa a Mare è un racconto che parla dell’Entomofobia, la paura degli insetti.
Il protagonista è andato in Toscana per preparare al soggiorno una casetta per la villeggiatura e sta facendo rientro a bordo di una vecchia Porsche scassata, quando un evento inevitabile e traumatico lo metterà a confronto con la propria peggiore paura. Le ore che trascorrono prima che riesca a liberarsi dall’assurda situazione in cui il destino lo ha precipitato sono un’occasione per ricostruire gli eventi che lo hanno portato a soffrire della sua fobia.

LA DISCESA A MARE

Di Michele Ottone
Dedicato a Marina e Serena, in ricordo di un’estate in Provenza.

«Immagina che siano gamberetti.»
«Immagina che siano gamberetti.»
«Immagina che siano gamberetti.»
«Immagina che siano gamberetti.»
Con la testa incassata tra le spalle, curvo con la fronte appoggiata al volante premevo i piedi sul pedale del freno e della frizione, inutili a qualunque scopo, a quel punto, se non come basi di appoggio per i piedi, precariamente sollevati dal pavimento, in modo da non schiacciarne qualcuna per sbaglio.
«La gente in Asia la mangia, quella roba.»
«La gente le mangia, anche…»
«Immagina che siano gamberetti.»
Ogni mio muscolo era contratto nell’intento illusorio di rimpicciolirmi e offrire una superficie quanto più ridotta possibile, gli occhi serrati, sudavo copiosamente e non riuscivo a controllare l’affanno, ma fino a quando litaniavo il mio mantra
«Immagina che siano gamberetti.»
riuscivo a evitare gli allarmi dello smartwatch.
Lo smartwatch era tarato sui 190 battiti al minuto, la frequenza cardiaca che scattava se esageravo affrontando troppo baldanzosamente una lunga salita in bicicletta.
Si era già attivato un paio di volte, poi mi ero inventato quell’assurdità di
«Immagina che siano gamberetti.»
Non era cambiato quasi niente, se non che l’immobilità che mi imponevo riduceva anche la loro esuberanza e i battiti del cuore scendevano un poco. Quanto? Non osavo controllare. Non riuscivo a fare altro che rattrappirmi contro il volante e cercare di rimpicciolirmi, ma almeno non scattava l’allarme.
Ogni tanto qualcuna mi svolazzava intorno, o peggio, mi saltava addosso; allora urlavo con quanto fiato avevo in gola, mi scuotevo come un labrador che esce dal mare e per qualche secondo tutto l’abitacolo vibrava del frenetico sbattere di ali ed elitre, partiva l’allarme dello smartwatch e il timore di morire lì sul posto, sudato come un porco, con la mascella contratta come un epilettico e dentro quel catorcio spingevano il mio istinto di autoconservazione a farmi intonare il mantra
«Immagina che siano gamberetti.»
Se avessi avuto il coraggio di alzare la testa, avrei visto uno dei più gloriosi tramonti della mia vita. Uno strato di nubi sottile e denso, basso sull’orizzonte a miglia e miglia di distanza tagliava in due il disco del sole dalla rotondità perfetta nell’aria tersa che non produceva quasi aberrazioni. Sapevo che quella massa enorme ai limiti di dove arrivava lo sguardo era la Corsica. Bastia. Quella lingua di terra più a sinistra, a malapena distinguibile dalle increspature del mare, era Capraia e quest’altra, che fin da piccolo mi era sembrata la testa di un gigante sdraiato nell’acqua, era la Gorgona.
Ma non avevo il coraggio di alzarla, la testa, col rischio di sentire, spostandomi, la presenza di qualche corpo impigliato nei capelli e temendo di precipitare nell’ennesima crisi di panico; perciò, andavo avanti col mio mantra
«Immagina che siano gamberetti.»
inutile, perché se mi distoglieva (pochissimo) dal pensiero delle bestie che brulicavano nell’abitacolo, mi impediva anche di formulare piani per l’immediato o -Dio non volesse- il prossimo futuro.

~~~ (Leggi tutto il racconto) ~~~

Non era sempre stato così. Da bambino probabilmente avevo tenuto in mano cavallette, grilli e coccinelle, come tutti i bambini. Ricordavo anche che da ragazzo avevo attraversato una fase di interesse per la macrofotografia, durante la quale avevo ritratto api e formiche intente nelle loro attività sui fiori o mentre entravano e uscivano dai loro formicai, o stuzzicavano con le zampette degli esserini ancor più piccoli di loro. Non ricordavo di aver provato repulsione, a quel tempo. E non ricordavo nessun trauma particolare nemmeno dopo la prima esperienza con uno sciame di vespe. Nessun trauma particolare allora, oltre trent’anni prima. Se una cosa del genere fosse successa adesso probabilmente sarei morto o impazzito dal terrore.
Era il luglio del 1981 e avevo trovato un lavoretto estivo presso un’azienda che realizzava quadri di controllo per impianti elettrici.
Era un’azienda a conduzione familiare, nella quale lavoravano il titolare e sua moglie, il figlio del titolare e la propria consorte, quattro o cinque operai che lavoravano in officina e un’altra decina in cantieri sparsi per le aziende del territorio. Io ero il garzone di bottega e secondo le dinamiche del tempo dovevo rendermi utile apprendendo il mestiere tramite la partecipazione alle fasi più tediose e meno qualificanti delle lavorazioni, come spazzare i trucioli di limatura di ferro dal pavimento dell’officina, riporre gli scarti di lamiera, riavvolgere gli spezzoni di cavo elettrico o riporli nel massimo disprezzo per una qualunque forma di organizzazione, perché tanto erano solo spezzoni e non bisognava perdere tempo.
Quel particolare giorno ero stato destinato al tetto dell’officina, un’ampia area terrazzata ingombra di profilati d’acciaio lasciati ad arrugginire su lunghe rastrelliere coperte da una tettoia in plastica ondulata. La mia mansione era assistere il Fumagalli, il capo officina, nella verniciatura a spruzzo di due sportelli metallici che avevo faticosamente trascinato là sopra per due rampe di scale, dato che il montacarichi era impegnato da una grossa bobina di cavo inamovibile.
Il Fumagalli era un individuo di rozzezza, ignoranza e maleducazione rare, le cui modalità di comunicazione si riducevano all’ordine gridato o all’ordine sbraitato. Dotato di una dentatura precaria e marcescente, aveva in bocca tanti varchi quante erano le zanne incrostate e ingiallite dal tabacco e se ne serviva come pratico innesto del moncone di sigaretta che perennemente fumigava nel suo occhio destro, cosa che gli dava una costante espressione beffarda e ammiccante.
Asciutto quanto un tondino di ferro da edilizia, era dotato di una forza erculea, potente in misura inversamente proporzionale alla precisione, per cui avrebbe potuto con facilità strappare dal muro la staffa di sostegno di un quadro elettrico, ma se l’avesse dovuta montare con un minimo di riguardo all’ortogonalità della disposizione, ne sarebbe uscito un lavoro sbilenco su tutti e tre gli assi cartesiani.
Arrivato sul tetto con i due sportelli, il Fumagalli mi aveva latrato di disporre a terra dei grossi fogli di cartone mezzo macerati e imbrattati da precedenti verniciature e di adagiarvi sopra i pannelli, mentre lui rimestava in un barattolo di ignota discendenza la vernice verde oliva.
Avevo eseguito il mio compito assecondando le mutevoli pretese del mio superiore, secondo cui una volta gli sportelli erano troppo al sole, un’altra troppo vicino alla rastrelliera dei profilati, un’altra ancora troppo distanti dal tubo di aria compressa che alimentava la pistola a spruzzo.
Finalmente si era accontentato, manifestando la propria soddisfazione con espettorazioni catarrose. Era andato a staccare la matassa del tubo di aria compressa dal supporto vicino all’ugello di erogazione e in quell’istante era successo il finimondo.
Da qualche parte tra le spire di gomma screpolata appese contro il muro c’era un nido di vespe. Ovviamente il Fumagalli non aveva svolto la matassa poco alla volta, per la lunghezza che gli sarebbe servita, ma aveva strappato dal supporto i dieci chili di rotolo, mandando tubo e nido a sfracellarsi sul pavimento lurido, sollevando una nube di polvere e detriti dalla quale, come per un sortilegio malefico, si erano materializzate una ventina di grosse vespe.
Erano animali delle dimensioni di un dito, evidentemente poco mansueti già per loro natura, ma resi furibondi dall’ingiusta distruzione della loro dimora. Avevano preso a turbinare per l’aria intorno producendo un rumore per il quale solo svariati decenni dopo avrei trovato la corrispondenza nel volo di un drone. Nel primo paio di secondi, una di loro era riuscita a identificare con precisione il colpevole dello sfratto forzato e lo aveva punto. La cosa non si era ripetuta.
Quel posto era il giacimento provinciale di ogni sorta di ciarpame e mentre io mi defilavo prudentemente dalla zona a rischio, il Fumagalli aveva fatto saltar fuori un’asta di legno da chissà dove e con quella aveva cominciato a menare colpi rabbiosi e letali.
L’efficienza, come in ogni cosa, non era il suo punto di forza, ma la rapidità e la veemenza con cui vibrava sciabolate con quel pezzo di legno compensavano la scarsa precisione. Anche se raccapricciante, lo schiocco con cui una a una le vespe erano state abbattute non mi aveva scosso più di tanto, né mi era risultato particolarmente ripugnante il compito che mi era stato assegnato di raccolta dei miseri resti da destinare al bidone di rifiuti, mentre il Fumagalli, sigaretta innestata in un varco tra i denti, andava a medicarsi il solo bubbone rimediato nello scontro.
A quei tempi gli insetti non mi facevano paura. Mi facevano schifo da morti, perché gli insetti che si è soliti vedere morti spesso sono spiaccicati e ridotti in poltiglia; di alcuni temevo la puntura, ma questo credo che sia normale. Chiunque teme il fuoco, ma non tutti sono terrorizzati da un accendino.
~~~
Raggomitolato nell’incavo del volante a calice ansimavo sforzandomi di non lasciare scoperte le vie aeree, possibile punto di ingresso di quei mostri; immobile come un paracarro cercavo di illudermi di non averne una moltitudine che mi zampettavano sulla schiena, o su qualche parte delle gambe che dalla mia posizione rannicchiata non riuscivo a vedere. A volte era impossibile persino fingere e quando la sensazione di essere percorso da zampette frenetiche che solleticavano i punti scoperti della mia pelle non poteva più essere ignorata, gli attacchi di panico riprendevano, sollevando un turbine momentaneo nella popolazione alata che aveva scelto l’abitacolo del Catorcio come tappa del proprio viaggio.
Da quanto durava? Il sole ormai era al di sotto dell’orizzonte delimitato dal finestrino e mi era sembrato che le stramaledette creature ne cercassero la luce, perché adesso molte di esse avevano affrontato una scalata che le aveva portate dai sedili e dalle parti più basse dell’auto fino al rivestimento trapuntato del tetto.
Vincendo la repulsione, ora che non era più ricoperto da quello schifo, ero riuscito con cura estrema a prendere il telefono dal sedile del passeggero, e con febbrile precisione ero riuscito a richiamare dalla memoria il numero di mia moglie.
«Ohi ciao! Dove sei? Ti manca tanto?»
Avevo dovuto inspirare, diviso tra la voglia di contenere un pianto dirotto e il terrore di inalare qualche ortottero.
«Non sono ancora partito» bisbigliai, quasi certo che un tono di voce più alto avrebbe provocato un sommovimento convulso con quell’insopportabile fremito di ali e di elitre.
«Ehi? Non ti sento!» il tono era vivace, con quella punta di esasperazione di maniera di cui si serviva quando le comunicazioni erano difettose.
«Sì… ci sono, ci sono» scandii in un sussurro prossimo al singhiozzo.
«Ma perché parli così? Cos’è successo?»
Ormai era decisamente allarmata. Non che mi facesse piacere, ma se non altro metteva le reciproche condizioni sullo stesso piano; dunque, mi sembrava più facile spiegarle l’accaduto.
«Sono in un casino» era stato l’inizio della mia spiegazione.
~~~
C’era questa casetta in vendita nelle colline, a 10 chilometri dal mare. E quando dico casetta enfatizzo molto le cose. Era poco più che una baracca; era stato un deposito di attrezzi agricoli ai margini di una piccola vigna, il fazzoletto di terra d’un mezzadro di 130 anni fa. Col tempo era stata abbandonata, recuperata, rabberciata per farne la rimessa di un trattore, lasciata andare in malora e trasformata in abitazione abusiva negli anni ‘70. Abbandonata, ereditata, condonata, venduta all’asta, rimessa in sesto e presa in carico da un immobiliare per la vendita.
E poi eravamo arrivati io e mia moglie e l’avevamo comprata per una cifra decisamente contenuta. Ero sceso in Toscana per fare qualche lavoretto e prepararla per il soggiorno estivo. Alle sei del pomeriggio ero risalito sul Catorcio che, se tutto fosse andato per il verso giusto, mi avrebbe riportato a casa prima di mezzanotte.
Catorcio era una Porsche 912 della mia stessa età. Un vero rottame del quale avevo cercato per otto anni di contrastare il disfacimento con risultati modestissimi. Aveva un motore a iniezione. Iniezione di denaro, intendo, ma aveva un fascino straordinario. Ai miei occhi, almeno.
Ci eravamo incamminati con quella sua andatura bassa e nervosa, accompagnati dal brontolio cupo del motore che si ostinava a credersi quello di un’auto da corsa.
Avevo imboccato la vecchia Aurelia e attraversato Cecina, poi Vada, Rosignano Solvay e Castiglioncello, il finestrino abbassato come unico rimedio al clima già caldo del pomeriggio. Sulla salita di Quercianella, come al solito, la lancetta della temperatura si era impennata, assestandosi un pelo prima della bandierina rossa che segnalava l’ebollizione dell’olio; poi giù, sul litorale livornese di Sorpasso; alla mia sinistra il mare calmo acceso di riflessi metallici roventi.
Era stato in una curva particolarmente accentuata che il mio sguardo aveva abbracciato una porzione più vasta di orizzonte; a mezzogiorno si stagliava una nube insolitamente bassa.
Curioso.
Seguendo le sinuosità della strada avevo consultato lo specchietto retrovisore, la nube era lì, alcune centinaia di metri dietro di me, sicuramente qualche vecchio camion che sputava miasmi mefitici di nafta bruciata.
Il traffico sulla litoranea era scorrevolissimo a quell’ora di un giorno qualsiasi di maggio; l’auto che mi precedeva se la prendeva comoda quanto me, quella che mi seguiva -quello- che mi seguiva, perché ormai ero certo che dovesse trattarsi di un vecchio camion della nettezza urbana, entrava e usciva dalla mia visuale, una o due curve indietro e si portava appresso una fumata assurda.
Scompariva dallo specchietto nelle curve a destra.
Riappariva nello specchietto nelle curve a sinistra.
«Va come un treno, quell’accidente» avevo pensato vedendo la nube avvicinarsi. Eppure, a mano a mano che la distanza si riduceva, l’aspetto della nube somigliava sempre meno a quello di un’emissione, anche copiosa, di gas di scarico.
Tra poche centinaia di metri avrei trovato uno slargo sulla mia destra, allora avrei accostato e avrei lasciato passare qualunque cosa mi fosse alle spalle. Solo per la curiosità e per poter proseguire a passo turistico con il cupo brontolio del mio motore.
Curva a sinistra, ampia e lunga.
Curva a destra.
Curva a sinistra, più stretta, adesso il muso puntava quasi verso la Gorgona; finita la curva avrei accompagnato il volante e dato un po’ di gas, per riprendere la mia andatura turistica.
Un proiettile si era infilato nell’apertura del finestrino aperto e aveva terminato la propria corsa con uno schiocco secco e legnoso contro il finestrino opposto, chiuso.
«Checcazzo…»
Non avevo nemmeno avuto il tempo di capire, che un altro paio di schegge supersoniche l’avevano seguito.
Come da programma, avevo terminato la curva e accompagnato il volante, poi il posteriore era stato investito da una grandinata di quelli che mi sembravano sassi, o argilla espansa, o frammenti di tufo. Improvvisamente la visuale si era ridotta e la guida era diventata quasi impossibile.
Curva a sinistra, stretta e impegnativa.
Una cataratta di qualcosa di indecifrabile si era riversata nel finestrino aperto.
Volevo fare di tutto: chiudere il finestrino, terminare la curva, accelerare fino alla velocità del suono, oppure frenare e scomparire dalla faccia della terra, perché anche se preso di sorpresa, nell’estrema concitazione del momento avevo capito che per quanto assurdo potesse essere, ciò che si stava riversando in macchina erano locuste! In un attimo l’abitacolo si era riempito di un vortice di corpi impazziti che frullavano tra i finestrini e il parabrezza con un rumore di friggitrice; istintivamente mi ero coperto il viso con un braccio, cercando con l’altro di non perdere il controllo della vettura.
Dicono che quando si sta per morire si rivede la propria vita come in un film. Se è così, allora non stavo per morire, perché nella visuale incerta da dentro la nube dello sciame e da dietro il mio braccio, ciò che avevo visto era, incredibilmente, la vita degli altri.
Nello spiazzo del parcheggio dove avrei voluto fermarmi, una coppia di fidanzati aveva cominciato una danza frenetica accovacciandosi, rialzandosi, assestandosi vicendevolmente robuste pacche sulle spalle e sulla schiena; una famigliola poco distante si era dispersa in tutte le direzioni e ciascuno, con traiettorie improntate alla massima casualità cercava riparo tra le auto parcheggiate; due turisti stavano risalendo la scogliera, dall’altra parte della strada; per un attimo dei berretti sportivi avevano fatto capolino al di là del guard-rail, per scomparire subito. Erano caduti, o forse si erano acquattati cercando riparo da quell’assurda tempesta tra gli arbusti di tamerice, lentisco, mirto, cisto e ginepro. Le auto provenienti dalla direzione opposta frenavano disperatamente; le due che erano appena sfilate sulla mia sinistra si sarebbero tamponate di sicuro, quelle che le seguivano erano già ferme. Nel turbine brunastro dell’abitacolo avevo visto per una frazione di secondo il guard-rail venirmi incontro, metallico e solido, molto più solido del paraurti del Catorcio.
Avevo sterzato disperatamente verso la sterrata di una discesa a mare.
Sapevo che era lì anche se non l’avevo mai imboccata, e anche in quell’occasione non avevo scelto di percorrerla, avevo semplicemente invaso la carreggiata opposta, ma ad essere onesti, in quel momento anche travolgere qualche auto che arrivava in senso contrario mi sembrava un problema di importanza estremamente secondaria. Invece le auto non le avevo travolte, ma avevo preso in pieno i cestini dei rifiuti, il cartello di “strada riservata ai pedoni” e la palizzata che delimitava l’accesso al sentiero; niente aveva offerto grossa resistenza. Avevo premuto con vigore sul pedale del freno trovandolo scivoloso e seminando intorno a me travetti di pino e rottami d’acciaio; la discesa a mare era un imbuto sterrato di una decina di metri che si incanalava in un tratturo che digradava lungo la costa rocciosa, protetto sulla sinistra da un parapetto di legno. La sterrata era finita quasi subito mentre gli pneumatici si sbrindellavano sulle rocce taglienti; avevo abbattuto sobbalzando un’ampia porzione di parapetto e alla fine le due ruote di sinistra avevano perso ogni appoggio e Catorcio si era arenata sulla pancia in una nube di sassi e polvere in mezzo all’altra nube viva che le vorticava intorno.
Il mio primo istinto era stato di catapultarmi all’esterno e cercare riparo in qualche cespuglio di oleandro. Non avevo nemmeno avuto bisogno di aprire la portiera, perché i sobbalzi e il successivo spanciamento ne avevano sganciato la serratura. Il secondo istinto era stato di rientrare. La porta si apriva su uno sbalzo di trenta metri, irto di rocce punteggiate di cespugli nella parte più alta, nude, spigolose e letali a mano a mano che scendevano quasi verticali fino al livello del mare. Ero rimasto precariamente aggrappato alla portiera per qualche secondo, un piede a penzoloni sull’abisso, l’altro provvidenzialmente ancorato al pedale della frizione, schiaffeggiato da corpuscoli volanti che mi si impigliavano nei capelli e nei vestiti, poi ero rientrato rapidamente quanto avevo tentato di uscire e mi ero guardato intorno.
«…e la macchina è piena di locuste» avevo detto a mia moglie a conclusione del racconto.
«Ok, ho capito, ma allora scendi dall’altra parte, no?»
«Ho la macchina piena di locuste!» avevo ribadito. Cercavo di non gridare, ma nel terrore che stava ricominciando a montare avevo alzato la voce e nell’abitacolo un rumore simile a quello di fogli di giornale stropicciati aveva increspato l’aria calda e stantia dell’abitacolo.
«cioè…» avevo ripreso a voce più bassa «Marina, guarda… non ne hai un’idea… è piena di locuste. È foderata di locuste. Inoltre, la portiera di destra è schiacciata contro gli scogli. Sono su un sentiero stretto, è quello che scende al mare…»
«Ma dove diavolo sei?» Eravamo passati un’infinità di volte in quei posti, anche se di solito scendevamo più a sud per andare al mare e anche mia moglie sapeva che quel tratto di costa sprofonda in acqua con un taglio netto e quasi verticale con un salto di diverse decine di metri.
«..e non c’è nessuno,lì? Qualcuno vedrà pure la macchina sul sentiero, no?»
«Sono dalle parti del Romito. Non so se la macchina si vede, sono parecchio più in basso rispetto alla strada… in una macchia di tamerici».
Sullo specchietto retrovisore, un paio di insetti tentavano di interagire con il loro riflesso e tra loro stessi; un urto di nausea mi aveva assalito mentre cercavo di decifrare la situazione alle mie spalle; mi ero sporto dal finestrino e avevo vomitato giù per la rupe. La cosa non mi aveva procurato alcun sollievo, il senso di nausea non se n’era andato, in più l’allarme della tachicardia sull’orologio stava ricominciando a suonare. Se non altro mi ero fatto qualche idea sulla mia posizione: una quindicina di metri dietro, un paio di metri più in alto, intravedevo un piccolo spicchio di curva; il resto della visuale era ostruito dal guard-rail che avevo miracolosamente evitato e dalla scogliera contro cui mi ero appoggiato. Le auto che avevo incrociato e che come me erano state investite dallo sciame dovevano essere ripartite; ogni tanto intuivo dalle ombre e dalla visione fugace di pneumatici in transito che la strada era libera.
Probabilmente nessuno dei pochi che erano sulla strada si era accorto della mia deviazione, forse avevano avuto la visuale offuscata dallo sciame di locuste o si erano abbassati o voltati istintivamente quando ne erano stati investiti. O, più probabilmente, avevano pensato che la mia manovra, per quanto azzardata e repentina, fosse intenzionale.
Da quello che potevo stimare, chi passava in direzione sud non aveva nessunissima possibilità di vedere il Catorcio in equilibrio precario sul sentiero. Forse chi andava nella direzione opposta, se avesse aguzzato la vista spingendola bene a fondo tra la vegetazione selvatica si sarebbe accorto del riflesso che il sole prossimo al tramonto doveva produrre sulla lamiera argentea del tetto, ma chissà… Nel volgere di un paio di settimane quel punto avrebbe cominciato ad animarsi di bagnanti, famiglie in gita, gruppi di ragazzi e ragazze, ma adesso, a quell’ora…
Già, che ore erano? Uno sguardo all’orologio aveva certificato che erano le 19:17, così a quanto pare ero lì da circa tre quarti d’ora. Proprio in quel momento il telefono aveva decretato che se non lo avessi messo subito in carica sarebbe passato alla modalità “risparmio energetico estremo” e la comunicazione si era interrotta.
Dopo aver apostrofato l’apparecchio rinfacciandogli che «no! Non è possibile, macheccazzo, non è possibile!» Avevo dovuto difendermi da un mulinello di locuste messo in movimento dai ripetuti colpi che avevo vibrato al volante. Non potevo appoggiarmi allo schienale del sedile, tappezzato di insetti, così avevo ripreso la mia posizione rannicchiata contro il volante, sforzandomi di ignorare quelli che mi percorrevano la schiena, le gambe le braccia, e scuotendo la testa per allontanare quelli che vi si avventuravano.
Dovevo razionalizzare, o il frequenzimetro dell’orologio si sarebbe rimesso a suonare pronosticando infarti imminenti.
Ansimavo.
Una cosa era certa: non erano bestie aggressive. Non pungevano, e questo era già un dato rassicurante; non mordevano, non… vediamo, cos’altro possono fare gli insetti? Ecco, non urticavano, si limitavano a strisciarmi sul corpo con quelle loro orribili zampette, a solleticarmi con quelle maledette loro ali coriacee, a guardarmi con quei loro piccoli, terrificanti occhietti prismatici da alieno e in definitiva facevano un ribrezzo insopportabile, ma agli effetti della pericolosità, non erano più letali di falene.
Oh, mio Dio! Non avrei dovuto evocare l’immagine delle falene. Tutto, ma non quello! Col buio sicuramente sarebbero arrivate anche loro!
Avevo scosso la testa suscitando l’improvviso decollo di quattro o cinque animali e l’avevo lasciata cadere di peso al centro del volante.
La testa non aveva toccato il clacson, aveva proseguito la corsa verso il basso, verso un tunnel che si avvitava a spirale e mentre la mia testa sprofondava, il resto di me le era andato dietro in quel budello apparentemente senza fondo che portava ai miei ricordi peggiori.
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Era il periodo in cui l’estate si fa più languida. Il caldo invogliava a riposi pomeridiani, le foglie pendevano esauste dagli alberi nell’aria surriscaldata e immobile e i pomeriggi assumevano una colorazione ambrata trasfigurandosi in tramonti gloriosi che vagheggiavano senza mantenerla una promessa di frescura.
Lo dico per dare un’idea generale del periodo, perché la giornata a cui si riferiscono quei miei ricordi non era terminata con un tramonto infuocato. Poco dopo essere arrivati a casa dei Mathieu, uno strato di nubi violacee aveva lastricato il cielo, spingendo in basso una cappa d’aria rovente nella quale spiravano lievi miasmi di polvere bagnata. Avrebbe piovuto, non c’era dubbio.
Avrebbe piovuto nonostante l’ottimismo spavaldo dei nostri amici d’oltralpe. Avrebbe piovuto anche -e forse soprattutto- se avessimo portato con noi quegli ombrelli così grandi e avrebbe piovuto anche nonostante tutta la guasconaggine dei turisti che affollavano il lungomare di Saint-Cyr-Sur-Mer, che come noi sciamavano verso i ristoranti in pantaloni e camicia di lino o negli abiti leggeri dalle trasparenze birichine delle signore.
La strada verso La Vague non era molta, ma l’avevamo percorsa, noi italiani, con il senso di vago disagio che accompagna quei fenomeni atmosferici capaci di inzupparti fino al midollo; i francesi, ostentando la padronanza del territorio, mostravano sicurezza e gioia di vivere.
Le prima gocce erano arrivate quando ancora eravamo a una sessantina di metri dal ristorante, prima isolate, a qualche secondo di distanza le une dalle altre, lasciando su marciapiede chiazze circolari del diametro di una pallina da ping-pong, poi più ravvicinate, e alla fine si era messo a piovere di brutto.
Al ristorante ci avevano dirottati verso la sala interna, già piena di avventori che come noi avevano dovuto rinunciare al tavolo nel dehors e che erano andati a unirsi alle coppie di mummie inglesi che il tavolo in veranda non l’avevano mai prenotato per paura del freddo e biasciavano pezzi di baguette intinti nel sugo di cozze.
La Vague ci piaceva e ci piaceva la loro bouillabaisse con quei trucioli di formaggio da aggiungere e quella salsa rouille dagli aromi di aglio e peperoncino così familiari ed esotici allo stesso tempo.
Di solito cenavamo sul lungomare e passavamo la serata con i Mathieu che, tolti i peggiori difetti della genìa francese, erano persone brillanti e ospitali; mangiavamo bouillabaisse, crostacei e salse di tutti i tipi. I camerieri avevano quello snervante atteggiamento con il quale rifiutavano comprendere che cosa volessimo mangiare; i Mathieu ci venivano in soccorso ripetendo ai camerieri la nostra ordinazione, con la stessa pronuncia, ma arricchendola di interiezioni come “bon”, “voilà”, “c’est ça”, “genial!”, al che il cameriere confermava il tutto, con la stessa pronuncia, ma arricchendo a sua volta il concetto con esclamazioni del tutto superflue e guardandoci come per dire «era questo che intendevate, vero?» Superato l’esame dell’ordinazione, di solito ci si rilassava conversando amabilmente in frantaliano e ci si godevano i tramonti e il mutevole spettacolo dell’andirivieni sul lungomare, chiudendo la cena con un Farigoule, che avevo imparato ad apprezzare lì.
Quella sera, invece, l’atmosfera era da refettorio di una colonia estiva. La sala era strapiena e il vociare era diffuso e sostenuto; dei poderosi ventilatori a pale montati sotto i lampadari del soffitto giravano con impeto, alacremente impegnati nel mescolare tutti gli aromi della sala, della gente e della cucina nel vano intento di contrastare il clima umido e afoso. Avevamo ordinato da tempo il nostro antipasto di crostini a base di aïoli con erba cipollina e nell’attesa si parlava del più e del meno.
Da qualche parte, che non riuscivo a localizzare con certezza, qualcosa gettava ombre frenetiche e casuali nei pressi dei globi luminosi appesi al soffitto. Era certamente una falena. Ho sempre detestato le falene per quel loro aspetto sgraziato e polveroso, per quella loro fisionomia tozza e per quel loro modo di frullare le ali che ti fa pensare che alla prima occasione potrebbero infilarsi su per una manica e finire sotto la polo, da dove toglierle diverrebbe un’impresa disperata, a meno di spappolarle e, francamente, avere un corpo spappolato e fremente nell’agonia sotto la polo non coincide con il mio concetto di benessere; ma soprattutto le detestavo per la loro ottusa pervicacia nell’andare a sbattere contro qualunque fonte di luce e, anche una volta raggiuntala, nell’insistere vanamente a sbatterci contro, producendo quei piccoli tonfi smaniosi che nel mio modo di sentire negano ogni utilità della vita su questo pianeta.
Dopo qualche secondo di osservazione ne avevo avuto la certezza: era una falena!
Appena ero riuscito a identificarla ero inorridito: le dimensioni di quella falena erano carburante per incubi. Non esagererò come faccio di solito quando riferisco l’episodio ad amici e parenti, dunque toglietevi dalla testa che fosse grande come un passero. Non ne ho mai visto uno, ma, da ciò che riporta Wikipedia, sono abbastanza sicuro che fosse grossa come un colibrì.
Senza perderla di vista nel suo vagare casuale e disordinato da lampadario a lampadario avevo cominciato a insaccare la testa tra le spalle benché fosse a diversi metri dalla verticale del nostro tavolo e ne seguivo lo svolazzare con crescente apprensione, perché ogni volta che rasentava una lampada, l’insetto rischiava di essere affettato dalle pale dei ventilatori!
Così mi ero trovato a desiderare che la cosa avvenisse il più lontano possibile, a compiangere la povera compagnia seduta al tavolo dove la cosa sarebbe accaduta, a immaginare quale macello di ventriglie sarebbe caduto su quel tavolo o un altro. A un certo momento l’animale aveva compiuto una virata repentina verso le porte spalancate e proprio mentre mi rilassavo senza perderla di vista ci aveva ripensato e aveva invertito la rotta ballonzolando verso un lampadario a uno o due tavoli di distanza dal nostro.
Il colpo fu come quello di una rivista lasciata cadere a terra e sebbene non abbia mai fatto un’indagine sui testimoni, nonostante il vociare diffuso della sala, sono certo che tutti lo debbano aver udito.
Una pala l’aveva colpita in pieno, solo che, invece di sminuzzarla come avevo temuto l’aveva gettata con una parabola di diabolica precisione attraverso la sala. Aveva sorvolato il tavolo dove dei francesi dagli arti arrossati dal sole vezzeggiavano bambini con esclamazioni che finivano in ù, era passata sopra il tavolo accanto al nostro, dove liceali in occhiali da sole e bermuda firmati esploravano il sottogonna delle compagne di classe, aveva mancato di un soffio il cameriere che portava i nostri crostini in bilico su un vassoio e si era abbattuta morente esattamente sul mio inguine mentre mi discostavo dal tavolo per fuggire.
Se la cosa fosse avvenuta inaspettatamente, forse la sorpresa avrebbe avuto il sopravvento sul raccapriccio, ma nel mio caso avevo già prefigurato quegli eventi e il fatto di esserne stato la vittima aggiungeva scherno all’orrore. Ero scattato in piedi rovesciando all’indietro la sedia, scodellando a terra la falena in preda alle convulsioni della morte e avevo urlato senza ritegno imprecazioni contro l’animale, contro i ventilatori, contro il mondo e lo schifoso universo nel quale galleggiava e temo di aver coinvolto nelle mie invettive anche il nostro Creatore. Sudato, ansimante, tachicardico e a corto di fiato avevo alzato la testa incrociando lo sguardo del cameriere con i crostini alla aïoli in bilico sul vassoio, questi aveva allontanato con un piccolo calcio il cadavere della falena e, nel tono più mellifluo e condiscendente del mondo aveva osservato: «Mais, monsieur… c’est un papillon!»
~~~
La caduta apparentemente senza fine nel mulinello vorticoso dove ero sprofondato stava diventando un tormento. Un senso di occlusione, simile a quello che si prova quando un aereo cambia improvvisamente quota, stava cominciando a pulsarmi nelle orecchie; poi quella sensazione si era trasformata in un vago dolore, come la reminiscenza di un’otite infantile. Avevo provato a sbadigliare, ma il dolore anziché diminuire si era acuito, era divenuto martellante e sentivo di dover trovare sollievo. Avevo infilato un mignolo nell’orecchio con l’intento di massaggiare il canale uditivo, ma vi avevo trovato un minuzzolo di cartone. Andava rimosso e avevo lavorato con l’unghia del mignolo mentre il dolore si faceva di momento in momento più intenso. Lacrime sgorgavano incontrollate dagli occhi chiusi mentre l’unghia cercava un appiglio nel frammento di cartone e quando ormai il dolore era diventato intollerabile era riuscito ad arpionarlo. Con la testa ancora nell’incavo del volante ero riuscito ad afferrare il corpuscolo tra l’unghia del mignolo e quella del pollice, avevo tirato con cautela per non aggiungere strazio al tormento che stavo già provando e, attaccato a quel frammento di sostanza cornea che avevo scambiato per un pezzetto di cartone era scaturito un filamento denso e mucillaginoso venato del mio stesso sangue; ne percepivo l’estrazione da tutte le cavità della testa, il naso e il palato si liberavano mano a mano che dipanavo il filamento sempre più denso e disseminato di microscopiche sfere. Alla fine, il dolore si era azzerato. Con uno schiocco liquido e ripugnante, il filamento era uscito e mi penzolava tra le mani come un osceno festone striato di rosso; alla sua estremità, i corpi di sei o sette piccolissime locuste muovevano intorno la testolina azzannando l’aria. Mi ero svegliato al suono del clacson, scuotendo dalle mani quell’obbrobrio inesistente, avevo sbattuto la nuca contro il poggiatesta sfracellando tre o quattro locuste e avevo gridato passandomi le mani sul volto e aspirando il tanfo acido del mio alito; mi ero massaggiato le orecchie e avevo guardato le mani mentre la moltitudine di locuste superstiti guardava me. Niente. Le mani erano pulite, le orecchie erano pulite, nell’abitacolo c’erano solo decine, forse centinaia di insetti, ma nessuna secrezione viscida e schifosa, a parte il sudore che colava copioso dalle mie tempie.

Mentre tacitavo lo smartwatch andato in tachicardia qualcosa aveva sbattuto contro il finestrino dal lato del passeggero. Mi ero rannicchiato singhiozzando contro il volante, convinto di dover sopportare un altro sommovimento alato della popolazione clandestina, poi il rumore si era ripetuto, più deciso e più secco del precedente. Avevo girato la testa tentando di scrutare attraverso lo strato di corpi brunastri e avevo intravisto la locusta più grande del mondo! La sua testa con gli stramaledetti occhi alla Top Gun occupava più della metà dell’apertura e si muoveva curiosa come a voler decifrare il contenuto del Catorcio; in testa aveva un cappellino di marca Vans.
La locusta gigante, benché schiacciata tra la sponda del sentiero e la macchina, aveva estratto da dietro di sé qualcosa di metallico e appuntito, con un terzo colpo aveva infranto il cristallo generando all’istante un reticolo fittissimo di incrinature che aveva spazzato tutt’intorno con un bastone da camminata nordica.
«Ehi! Tutto bene? Mi senti?»
Con mia sorpresa, appena l’aria aveva cominciato a circolare tra i due finestrini aperti, una quantità di locuste era sciamata via; qualcuna rimaneva a sgranocchiare pigramente la fibra di cocco dei sedili posteriori, qualcun’altra sembrava indecisa ed esplorava il bordo frastagliato della nuova apertura.
Lo sentivo. Così come sentivo la suoneria del telefono.
Avevo alzato un dito nel gesto internazionale di “un minuto e sono da te”.
«Michi! Ti ho perso! Allora? Cosa sta succedendo lì?»
La foto di mia moglie era comparsa insieme all’icona che segnalava l’imminente esaurimento della batteria.
«Porca miseria, non puoi averne un’idea» avevo detto estenuato «Ho la macchina piena zeppa di locuste e…»
«Questo me l’hai detto, ma stai bene? Ti sei fatto male?»
«No, Marina, non sto bene per niente! Hai presente la falena?»
«Quella in Francia?» Mia moglie sapeva alla perfezione della mia avversione per gli insetti e a quanto pare aveva già dato una spiegazione alle mie fobie senza tante introspezioni psicologiche.
«Sì, quella. Ecco: cento volte peggio… mille…»
«Va bene, calmati… non puoi cercare aiuto?»
A quel punto mi ero ricordato dell’enorme locusta col cappellino Vans fuori dal mio finestrino. Era sparito, ma lo avevo subito individuato nel retrovisore che confabulava con qualcuno fuori dalla mia vista.
«Adesso cerco di capire… dammi qualche minuto. Ho anche il telefono scarico…»
«Vabbè, ma fammi sape…» e il telefono si era spento.
Improvvisamente qualcosa mi aveva trascinato indietro con un energico strattone. Parecchie altre locuste erano volate fuori, alcune usandomi come pista di decollo; a quanto pare, quegli esseri stupidi cercavano solo di riprendere il loro sciamare da dove si era interrotto. Non sarebbero tornate indietro uscendo dal mio finestrino, ma adesso che quello del passeggero non costituiva più un ostacolo, avevano la via libera.
Dallo specchietto vedevo una quindicina di metri dietro di me dei tizi che si affaccendavano intorno a una Land Rover Discovery bianca e rossa; uno di questi era la locusta gigante, che finalmente riuscivo ad associare all’escursionista che avevo intravisto oltre il guard-rail prima dello schianto, un altro era la sua ragazza, che saltellava torcendosi le mani come se le scappasse la pipì da mezz’ora e non avesse modo di liberarsi. Da un argano montato sul paraurti del SUV partiva un cavo di acciaio che si tendeva fino al posteriore del Catorcio.
La macchina era stata letteralmente trascinata con me dentro. Avevo sentito tutti gli organi appoggiati a terra fremere, sbatacchiare, piegarsi sulle rocce taglienti, slittare sui travetti di legno abbattuti e spostare i rottami metallici dei cestini dei rifiuti che non erano caduti dalla scogliera.
Appena avevo visto del terreno solido sotto di me ero capitombolato fuori dall’abitacolo, senza nemmeno pensare a mettermi in piedi; mi ero abbattuto carponi sulla sterrata e con gesti febbrili mi ero liberato del maglione, dal quale stavo ancora scuotendo locuste vive e frammenti di locuste spiaccicate quando un altro individuo mi aveva raggiunto con passo marziale.
«Abbiamo fatto un bel macello qui, eh?»
Aveva una divisa blu scuro e il tipico cappello delle forze dell’ordine sui quali si leggeva Livorno – Polizia municipale.
«Mi racconta un po’ cos’è successo?» era stata la domanda tra il sospettoso e l’incuriosito che mi aveva rivolto senza guardarmi, apparentemente più interessato alle condizioni del Catorcio in relazione alla devastazione che aveva prodotto nella discesa a mare.
«Mah…» ero riuscito ad articolare mentre mi guardavo intorno come se fossi Mork appena atterrato sul nostro pianeta. «Beh, ma… io… ci sono locuste in macchina…»
Il poliziotto municipale si era affacciato all’interno dell’abitacolo. Sui sedili qualche esemplare era rimasto impigliato nelle vecchie fodere consunte, altri si aggiravano incerti se proseguire o passare la notte in quel posticino tanto confortevole, parecchie erano morte, ma nel complesso l’interno della macchina poteva dirsi libero. Se per voi quindici o venti locuste in uno spazio di meno di due metri cubici traducono il concetto di “libero”.
«…Tante locuste… Tante tante, eh?»
Finalmente il poliziotto si era girato verso di me e si era tolto gli occhiali da sole, che cominciavano a non servire più.
«Ma… signor…»
«Ottone!» Avevo esclamato come il concorrente che indovina la risposta esatta di un quiz, «sono Michele Ottone. Ci sono locuste…»
«Ma signor Ottone!» aveva ripreso il poliziotto con una punta di esasperazione nella voce,
«Sono solo delle locuste!»
Mi ero affacciato sul dirupo della scogliera e per la seconda volta nelle ultime tre ore avevo vomitato.

©Michele Ottone


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