
Tre giorni prima della scadenza del concorso “I luoghi dell’anima”, promosso dall’associazione culturale Sfumature in Equilibrio”, ho messo insieme le parole che hanno dato vita a “La torre di Bibbona”. Anche se tardiva, non si è trattato di un’ispirazione improvvisa, quanto, piuttosto, del risultato di una riflessione silenziosa che stava maturando da oltre dieci anni. L’ideai di estati toscane, di viaggi su strade che sanno di storia e di terra, ha cominciato a prendere forma fino dal 2013, quando ho scattato una fotografia: un caldo pomeriggio, una vecchia costruzione illuminata dalla luce del tramonto che, per un attimo, trasforma quella costruzione in una torre misteriosa. Quell’immagine ha diretto il corso dei miei pensieri, dando forma a un racconto che evoca il potere dei luoghi e dei ricordi.
La Torre di Bibbona
Di Michele Ottone
Il pomeriggio era caldo e afoso, striato dal frinire delle cicale. La canicola era quasi palpabile, come i miraggi sospesi sull’asfalto arroventato delle strade di campagna che serpeggiano tra Bibbona e Casale Marittimo. Anche i girasoli avevano un aspetto estenuato, come se si fossero stancati di seguire il moto del sole e avessero chinato le teste in segno di resa.
Avevamo disertato la spiaggia affollata e rumorosa ed eravamo partiti con il tetto abbassato per godere della precaria frescura procurata dal moto dell’auto; l’aria condizionata non funzionava, tanto valeva cuocere all’aperto, invece che bollire al chiuso.
Ci eravamo lasciati alle spalle l’agriturismo, diretti chissà dove; a distanza di quindici anni non lo ricordo più, ma ha pochissima importanza, perché quella è la mia terra e dovunque andassimo, c’era qualcosa che mi ricordava altre estati, indietro nel tempo, trascorse lì con i miei genitori.
Viaggiare con il tetto abbassato svela prospettive insolite, apre orizzonti proibiti a chi guida chiuso dentro una berlina, permette di abbracciare con un solo sguardo una porzione più vasta del paesaggio; era stato così che, grazie a una visuale più ampia del solito, da dietro una curva avevamo visto la torre correrci incontro, sfilare sulla nostra destra per poi svanire in un attimo, nascosta dalle colline spruzzate del biondo albino e polveroso dei campi mietuti.
Eravamo passati su quella strada decine di volte negli anni precedenti, ma non ci eravamo mai accorti di quella torre. Scrutando nello specchietto retrovisore le mosse di un trattore che ci seguiva, avevo aspettato di trovare uno slargo dove fermarmi e girare la macchina, cosa che era avvenuta ai margini di una lecceta alcune centinaia di metri dopo.
Avevamo ripercorso la strada in senso opposto e ci era sembrata molto più lunga, al punto da mettere in dubbio la realtà di quell’avvistamento, ma alla fine la torre era comparsa di nuovo. Si ergeva su di una piccola collina solitaria in mezzo a campi di grano e vigneti. Constatando quanto fosse distante dalla nostra strada, non ci chiedevamo più perché non l’avessimo vista in precedenza, ma come avessimo fatto a scorgerla questa volta!
Ad ogni modo, per quanto sondassimo il territorio con il teleobiettivo della macchina fotografica, sembrava davvero che non vi fossero strade asfaltate per raggiungere la costruzione, e avventurarsi per tratturi campestri con una spider era qualcosa che avrebbe messo in serio pericolo il resto della nostra vacanza, così avevo scattato qualche foto, avevo girato l’auto ed eravamo ripartiti ovunque fossimo diretti.
Nei dieci anni successivi eravamo passati altre decine di volte da quella strada; solo che adesso, ad ogni transito, i nostri occhi andavano in cerca della torre. Qualche volta andavamo in vacanza con l’auto di mia moglie e in quelle occasioni, avendo una visuale più ridotta, rallentavamo per scrutare meglio le colline e individuare la mole dell’edificio in laterizio color terra.
Era strano che una torre si trovasse in quella zona, lontano dalla costa, lontano dai più pittoreschi borghi fortificati della Toscana meridionale, lontano da qualunque abitazione; nel bel mezzo di un campo di grano. Fantasticavamo tra di noi su chi l’avesse costruita, chi l’avesse abitata, quali vestigia storiche giacessero nei suoi pressi; ogni volta progettavamo escursioni, spedizioni, esplorazioni alla scoperta di quell’architettura così fuori posto, senza mai deciderci a passare all’azione.
Poi era arrivato il COVID.
La pandemia non c’entra niente con la storia della torre, ma era arrivata: eravamo stati chiusi in casa come tutti, ci eravamo vaccinati come tutti e come era capitato a molti, ero ingrassato. Solo io, badate bene, mia moglie continuava ad essere snella e flessuosa e in vacanza poteva permettersi di passare a letto tutto il tempo che voleva, mentre io mi ero autoinflitto un regime disintossicante basato su un’alimentazione che detestavo e su una quantità estenuante di moto forzato; così una mattina mi ero alzato alle prime luci dell’alba con un’idea che aveva cominciato a tormentarmi dalla sera prima: invece del solito percorso sulla strada che portava dall’agriturismo al paese e ritorno, avrei raggiunto la torre a piedi.
Ovunque fosse.
Almeno finché l’aria era fresca e non si correva il rischio di procurarsi un’insolazione.
Avevo percorso quattro o cinque chilometri tra i boschi dietro l’agriturismo, respirando a pieni polmoni l’odore resinato dei pini marittimi, del mirto, del cisto, del timo della nepitella e del finocchio selvatico, scacciando insetti, scansando cacche di pecore e temendo assalti di cinghiali, fino a quando non avevo deciso di deviare dal sentiero boschivo e affacciarmi su una platea di colline.
La torre era lì, oltre una piccola valle. Come sapevo, non c’erano vere e proprie strade per raggiungerla, ma solo un sentiero, formato da due solchi netti e contorti scavati dalle ruote di qualche mezzo agricolo che frequentava la collina su cui si ergeva la costruzione.
Ero sceso nella valle ed ero risalito dall’altra parte; a mano a mano che mi avvicinavo mi rendevo conto che la torre non era affatto una torre, ma un silo. Un vecchio, vecchissimo silo dal tetto piatto, probabilmente risalente al principio del secolo scorso, fatto di mattoni e pietre; accanto alla costruzione svettavano due pini robusti e gagliardi, che sembravano messi lì per sostenere quello che non era altro che un granaio, dargli coraggio, rafforzare la sua autostima. Chissà, forse in qualche modo, quando nessuno li osservava, lo motivavano dicendogli che un giorno sarebbe diventato anche lui una torre di guardia, o un faro luminoso, che sarebbe cresciuto oltre i miseri dieci metri che gli erano stati concessi, che avrebbe avuto turisti e visitatori disposti ad ammirarlo, invece che quel singolo viandante grassoccio e scottato dal sole che arrancava tra i solchi di un fango rappreso da molte settimane, cercando di guadagnare la cima della collina.
Alla fine ero arrivato masticando un po’ di delusione, ma determinato a portare a termine la missione che mi ero imposto; avevo valutato con occhio critico il portone sbilenco e consunto e avevo sbirciato attraverso l’unica piccola finestra posta all’altezza dei miei occhi, constatando che all’interno qualcuno aveva immagazzinato decine di balle di fieno e parcheggiato un trattore Massey Ferguson che probabilmente aveva la mia età.
Poi mi ero voltato.
Davanti a me, per un’estensione di sei o sette chilometri, nella strettissima striscia che rappresenta l’entroterra della provincia di Livorno, la campagna si esprimeva in tutte le varietà di cui era capace, con campi da mietere e terreni mietuti, oliveti, vigneti che si sarebbero trasformati in Sassicaia, frutteti, distese di lenticchie e campi di lupini, poderi, orti e oltre gli orti ciò che una volta era stata una palude; poi piccole aziende, qualche casa. La nuova Via Aurelia fendeva il paesaggio agreste senza riuscire a rovinarlo; a poca distanza, più avanti, verso il mare, scorreva la vecchia Via Aurelia, fiancheggiata da pini, cipressi oleandri e campi di lavanda; una pineta e poi la lunga lingua di spiaggia ancora deserta. Il mare sembrava ricoperto di scaglie metalliche che riflettevano la luce del sole con bagliori casuali e sull’orizzonte, quasi tutte le isole toscane si stagliavano nettamente visibili, come se galleggiassero tra mare e cielo. Oltre l’arcipelago toscano, una massa scura aveva le stesse probabilità di essere la Corsica, o un nuvolone che avrebbe posto fine allo splendore di quella giornata estiva.
Ma sarebbero occorse ancora molte ore al temporale per raggiungere la costa, posto che di temporale si trattasse.
Senza distogliere lo sguardo dal panorama, mi ero seduto all’ombra di uno dei pini e mi ero acceso una sigaretta. Cercavo di capire se fossi deluso. In fondo la torre non era niente di speciale: un semplice granaio lasciato lì da solo, che aveva resistito alle ingiurie del tempo in compagnia di un paio di pini marittimi, che nonostante ogni mia fantasia non sarebbe mai diventato un faro o una torre di guardia e che in qualche modo mi ricordava la storia dei miei genitori, emigrati in Lombardia, da soli, lasciando le famiglie in Toscana, avevano cresciuto quattro figli nel mito di un ritorno che forse non si sarebbe mai verificato.
Guardando il cielo solcato da voli di rondini di carducciana memoria, avevo inalato una profonda boccata dalla mia sigaretta e mi ero rialzato con il cuore in tumulto, e non per la camminata. Sebbene la data del rientro fosse ancora lontana, stavo cominciando a sentire la nostalgia della mia terra natale prima ancora di essermene separato.
©Michele Ottone 2025