Milano

Un incipt ispirato dalla mia città di adozione. Contrariamente a quanto molti non-milanesi pensano, Milano è una città bellissima, anche se non sempre lo dimostra. Ma ci sono serate primaverili tanto dolci e vibranti, in cui l’atmosfera è soffusa del verde dei platani, del rosa dei tramonti, dei molteplici colori dei chioschi dei fiorai… In quelle serate Milano è bellissima. E lo dimostra.


Le ombre andavano tingendosi di un arancio intenso o di viola negli angoli delle vie dove i raggi del sole, sempre più radenti, riuscivano a penetrare. Qualche finestra catturava per brevi momenti dei riflessi abbacinanti che si spostavano quasi a vista d’occhio fino a quando l’incidenza della luce lo consentiva, per poi svanire e riapparire in una posizione diversa, su una finestra diversa.
Nella loro coda perenne, le auto accendevano i fari e procedevano lentamente sotto i platani punteggiati di foglie nuove sfilando davanti al chiosco del fiorista che aveva appena acceso le luci.
Gente che attraversava la strada telefonando.
Gente che usciva dall’ufficio a gruppi di colleghi con la ventiquattr’ore o la custodia del PC portatile a tracolla.
Fidanzati che si scambiavano baci appoggiati ai parapetti degli ingressi della metropolitana.
Passanti con soprabiti leggeri che si gonfiavano e svolazzavano nell’impeto della camminata o alla brezza che insolitamente rarefaceva lo smog e portava profumi di una stagione in arrivo.
Sopra ogni cosa, una fuga di nubi che sembrava incessante. Nubi paradossalmente solide, come scolpite in un marmo di leggerezza infinita e delineate dagli stessi riflessi arancio e viola che si proiettavano sui palazzi d’angolo.
Come sospeso tra l’acciottolato del quartiere Brera e gli scampoli di cielo, l’ufficio dava, in rari casi come questo, l’impressione di galleggiare nel tramonto metropolitano.
Un ascensore in rovere di vetustà estrema saliva e scendeva in una gabbia metallica incuneata nella spirale di pietra della scala e ogni sosta era scandita dal rintocco di una campana stridula e ogni partenza era annunciata dal grugnito metallico delle pulegge che entravano in azione. Ad ogni piano i battenti dell’ascensore si aprivano su un ampio ballatoio dove le porte a vetri smerigliati degli uffici erano disposte a semicerchio.
Era una sera come le altre. Le segretarie uscivano e si incontravano negli atrii, scambiandosi saluti o formando gruppetti diretti ai vari happy-hour del quartiere, i professionisti chiudevano la giornata inviando mail dal contenuto definitivo alle quali nessuno avrebbe risposto fino all’indomani, riordinavano le scrivanie e rinvenivano appunti che loro stessi avevano preso o che qualcuno aveva lasciato lì per loro prima che qualcosa di più urgente li sotterrasse.

©Michele Ottone