
Va detto, innanzitutto, che l’opera è mia, ma fino a un certo punto perché, sotto forme diverse, buona parte di essa è già patrimonio dell’umanità.
Ne “Il consiglio” echeggiano reminiscenze e corrispondenze che attraversano le regioni, le arti e la storia.
Il punto di partenza è stato “Meriggiare pallido e assorto” di Eugenio Montale. Il poeta è genovese, ma l’atmosfera di quella poesia è mediterranea quanto il muro sul lato destro del viale dei cipressi di Bolgheri, quello che si interrompe poche decine di metri prima di varcare l’arco che dà accesso al borgo. Ci torno il più spesso possibile, più raramente di quanto vorrei e ogni volta cerco di verificare se i “cocci aguzzi di bottiglia” sono ancora alla sua sommità.
Il nome dei ragazzini è – in modo niente affatto casuale – quello dei due magistrati uccisi dalla mafia. Li ritraggo in un momento di ozio giovanile, in un momento di debolezza, se vogliamo e spero che si sia capito che semmai fosse esistito un momento del genere nella vita dei due giudici, quel momento è stato riscattato da due vite eroiche.
A Leonardo sciascia devo il tratteggio dell’ambiente, il clima di segretezza che avvolge gli atti criminali, il clima di omertà che aleggia ovunque qualcuno abbia visto compiersi un torto senza intervenire.
E Infine, Al mio concittadino Pietro Mascagni debbo il finale. Il grido di donna che è trasportato di peso dalla splendida “Cavalleria Rusticana”, dove proprompe alla fine, a cose fatte. Nella novella di Giovanni verga con lo stesso titolo, invece, il grido non c’è, ma c’è una storia semplice, che in uno spazio incredibilmente esiguo racconta una vicenda di amore, passione e morte come nemmeno certi drammoni holliwoodiani sanno fare.
Per l’illustrazione di questo post ho dovuto immaginare come rendere almeno parte di queste atmosfere con un prompt per l’Intelligenza artificiale. Credo che io e Bing Image Art Creator abbiamo fatto un buon lavoro.
Il racconto ha richiesto due o tre giorni di lavoro tra scrittura, rifinitura e revisione, ma le idee, le analogie, i simboli si sono presentati nello spazio di una sigaretta.
Vizio maledetto, quello del fumo, eppure in quei 5 minuti di beatitudine che mi alienano da ogni problema del mondo reale, una serie di ricordi e di sensazioni si sono coagulati in qualcosa di apprezzabile. Con questo racconto ho ottenuto il piazzamento come 3° classificato al concorso “Un segreto da nascondere”, indetto dall’associazione Althedame di Este (PD).
Il Consiglio
Di Michele Ottone
L’aria vibrava del frinire monotono delle cicale nel pomeriggio canicolare. Sulla strada che delimitava la piazza arsa dal sole implacabile, le lamiere di una Fiat 600 e di una Dyane si arroventavano tremolando come miraggi. Sotto la pergola del bar, quattro uomini giocavano a carte attorno a un fiasco di vino, ciascuno con un bicchiere mezzo vuoto davanti a sé. Le strisce colorate di una tenda di plastica oscillavano indolenti sulla soglia scura del locale.
Sull’altro lato della piazza, Paolo e Giovanni fumavano in segreto, passandosi un mozzicone di sigaretta, protetti dalla calura e quasi nascosti dall’ombra di un imponente fico cresciuto nell’orto oltre il muro, il cui bordo coperto di cocci di bottiglia scoraggiava l’arrampicata.
Era stato lo scoppiettio irregolare di un motore a interrompere d’improvviso il canto delle cicale.
Una Vespa aveva percorso la strada ondeggiando lenta e incerta. A bordo dello scooter due ragazzi in jeans e capelli lunghi si erano fermati davanti al gruppo di giocatori di carte e uno di loro aveva pronunciato un nome.
Una testa si era alzata riluttante dalle carte sparse sulla tovaglia cerata e quella testa era stata trapassata da una pallottola. Un cane aveva abbaiato mentre la Vespa ripartiva attraversando la piazza.
Paolo e Giovanni avevano lasciato cadere il mozzicone nel formicaio ai loro piedi quando la moto si era fermata davanti a loro.
Il passeggero li aveva guardati in faccia e il consiglio che filtrava dai suoi occhi socchiusi era più esplicito di un ordine. Senza lasciare l’arma, aveva messo l’indice dritto sul naso e sulle labbra. Giovanni e Paolo avevano annuito impercettibilmente e la Vespa se n’era andata scoppiettando.
Da qualche parte, delle persiane avevano sbattuto. Un grido di donna si era levato nell’aria immobile.
©Michele Ottone 2024