Il numero 19 del webmagazine di The Creative Network, uscito alla fine di luglio, era dedicato al Giallo. Su richiesta esplicita del direttore editoriale, ho contribuito a quel numero con due poesie, quelle che trovate qui sotto.
Nella prima “Myra Labbra di Fuoco”, ho abbandonato il sonetto di endecasillabi, il mio metro preferito, per una forma più libera. Ho osato il verso pari che serve di solito per la poesia popolare e per le filastrocche. Ispirandomi a certe pubblicità anni ’70 ho usato la rima baciata, altro stilema che uso molto di rado, in questo caso (lo scoprirete leggendo), non si poteva fare altrimenti.
Per la seconda poesia, l’ispirazione mi è venuta da fatti di cronaca recente e meno recente. Sono crimini che anche quando trovano un riscatto nella legge, spesso non lo trovano nella giustizia. Cosa resta oltre alla vendetta, reazione indegna di una società civile? Pensavo il Karma. Ma scritta la poesia e valutati gli esiti, adesso sono incerto.
Myra Labbra di Fuoco
Di Michele Ottone
L'ufficio è in penombra, uno specchio ci guarda, La lampada emana una luce beffarda. La donna del boss, delinquente notorio, Sostiene spavalda l'interrogatorio. È lei che nel culmine della rapina Ha ucciso l'ostaggio da vera assassina. La guardo, mi guarda fumando una paglia, Non dice una sillaba, bella canaglia. Con sguardo di sfida accavalla le gambe Slanciate e tornite, incantevoli entrambe. «Confessa», le dico, «i giorni hai contati, Saremo clementi per gli altri reati, Consegnaci l'arma, o prima di sera Finisci a limarti le unghie in galera!» La bella sorride e si guarda le dita, Però non confessa. E l'arma è sparita. Insisto la incalzo, le faccio pressione: «Lo sai, nel Nevada c'è l'esecuzione: Chi assalta una banca ammazzando un ostaggio Finisce su un trespolo ad alto voltaggio.» Qualcosa s'incrina in quella corazza, Un tremito scuote la bella ragazza. Dal ciglio ricurvo color di carota Una goccia salmastra le riga una gota. D'un tratto protende il suo corpo flessuoso Nel caldo opprimente cubicolo afoso, Mi afferra la nuca, mi stringe, mi piglia, Accosta al mio viso la bocca vermiglia E mentre soccombo premuto al suo petto Estraggo di tasca il mio fazzoletto, Strofino con forza le labbra frementi, Letali e venefiche come serpenti. La spingo a sedere poi chiamo il tenente Gli dò la pezzuola di rosso splendente. «In laboratorio, e quella, in guardina!» La pupa ci squadra con rabbia ferina. «È l'arma letale, lo so, ci scommetto…» Un pezzo di stoffa con sopra il rossetto.
Karma (La Converse)
Di Michele Ottone
Ero un clochard, un povero reietto,
Dormivo quasi sempre in un cartone
Nei giardinetti intorno alla stazione,
Come fanno parecchi senzatetto.
A rendermi famoso fu un filmato
Finito in mano della polizia.
La scarpa che si vede non è mia
Ma è diventata un corpo del reato.
Nel video appare un gruppo di teppisti
Che si accanisce a forza di bastone
Sul corpo addormentato d'un barbone
Scappando, certi di non esser visti.
A cose fatte arriva una coppietta,
Uscita forse da una discoteca,
Nel video non si sente, ma lui impreca,
Lei chiama un'ambulanza, piange e aspetta.
Mentre carponi vomito intestini
I delinquenti sciamano per strada,
Lui nella notte insegue la masnada
Cercando di fermare gli assassini.
Un tram passa vicino indifferente,
Vuoto, forse diretto a una rimessa,
Il numero del tram non ci interessa,
Ma forse procedeva a luci spente.
Tre dei vigliacchi passano i binari,
Il quarto, più bastardo, mostra il dito
Medio, come un oltraggio al fidanzato
Che corre dietro ai quattro sanguinari.
Il resto del fattaccio non si vede,
L'ultimo stronzo adesso è fuori campo,
Probabilmente il tram non gli dà scampo
Dato che non può uscir dalla sua sede.
Nell'angolo inferiore della scena
Compare una Converse abbandonata
Che rotola e saltella ancor calzata
Da un piede tronco che si vede appena.
L'agente all'apparato preme un tasto
Mentre tossisco l'ultimo mio fiato.
Caso risolto. Il karma è l'indagato:
Giudice e carnefice nefasto.
©Michele Ottone