
C’è una villa sulle colline di Livorno, a Montenero, che ha due nomi. Il nome ufficiale è Villa Dupouy; quello che le ha dato la storia è Villa delle Rose. Ha una facciata che ricorda certi romanzi vittoriani, quelli in cui le case non sono mai semplici case, ma personaggi a tutti gli effetti, con una volontà propria e una memoria lunga.
È lì che ho ambientato il mio racconto.
Il protagonista si chiama Thomas Blackwood, professore inglese, il tipo di uomo convinto che ogni fenomeno abbia una spiegazione razionale e che la leggenda sia soltanto storia mal documentata. L’intento del professore è dimostrare una propria teoria rivoluzionaria sulla terza edizione di un famosissimo romanzo. Lo accompagnano due improbabili guide messe a disposizione dalla soprintendenza ai beni artistici e ambientali, Nanni e lo Scompiglio, che parlano livornese, conoscono la villa meglio di lui e si preoccupano molto più di lui di quanto lui si preoccupi di sé stesso. È un dettaglio che conta, perché spesso chi viene da fuori e studia i luoghi dall’esterno non si accorge di quello che la gente del posto sa da sempre: che certe storie non aspettano di essere svelate, aspettano soltanto che arrivi qualcuno abbastanza incauto da cercarle.
Al centro della leggenda è la Novizia di Villa Dupouy: una presenza legata alla villa, alla sua storia, al confine sottile tra ciò che si può documentare e ciò che si può soltanto percepire. Su di lei non dico altro, perché certe creature funzionano meglio nei racconti.
Il racconto è apparso nel Bestiario dell’Ignoto, l’antologia pubblicata da La Soglia Oscura che ha raccolto trentacinque storie di folklore e criptozoologia, ciascuna radicata in un luogo reale e preciso. Trentacinque autori, trentacinque creature, trentacinque indirizzi dove è meglio non bussare dopo il tramonto. Il volume è disponibile su Amazon.
Se volete sapere cosa trova Blackwood nella villa, la risposta è lì.